giovedì 17 marzo 2016

COSI' HA INIZIO IL MALE J. Marias

La mia recensione


Ci sono questioni sulle quali è meglio serbare un sospetto non troppo tormentoso, sopportabile, piuttosto che perseguire una certezza deludente o ingrata, che può metterci nelle condizioni di vivere e di raccontarci qualcosa di diverso da quello che abbiamo vissuto fin dal principio..
J.Marìas
pag.115 



La verità, la menzogna, la difficile e complessa distinzione tra ciò che è vero o reale nel passaggio tra il passato e il presente, tra azione e pensiero è la tematica centrale dell'opera di Javier Marias. In particolare egli si sofferma ad analizzare quanto la nostra vita sia influenzata e determinata da ciò che si sa o ciò che non si sa, dalla conoscenza di quel qualcosa che, nel momento in cui ci raggiunge, trasforma irrevocabilmente la nostra visione delle cose, sempre, e in modo irreparabile. Anche una rivelazione tardiva può capovolgere il mondo nel quale si è creduto di abitare. Può distruggerlo, senza che sia possibile tornare a quel che era prima. Come accade nell'ultimo affascinante “E così ha inizio il male”. Un opera che scandaglia non solo l' enigmatico ed inquietante rapporto di coppia tra un regista e la sua donna, ma anche tutto ciò che vi sta intorno, i dubbi, le reazioni, i sospetti che attraversano i rapporti di amicizia, le relazioni sociali, nel contesto ancor più ampio , culturale e politico, nel quale la vicenda è calata. Così Beatriz , durante un litigio nel quale perde le staffe, butta lì la prova del segreto che aveva conservato dentro di sè fino a quel momento stravolgendo per sempre tutta la sua vita coniugale e sentimentale, senza mai più poter tornare indietro, nè avere quello che aveva prima, ma solo subire le incalcolate conseguenze della sua rivelazione.
Non sempre sappiamo valutare le nostre forze - riflette Marìas - il danno che facciamo con la lingua ci sembra più lieve di quello che potremmo arrecare con le mani, e non è cosi.”
Ma l'opera non è certo solo il racconto di un inganno, né di un tradimento, ma della drammatica confusione che regna tra i sentimenti umani, nella congerie di contraddizioni e di ambiguità che li attraversano, indagandone ogni risvolto, ogni imprevisto smottamento, fino all'ultima delle sue 451 pagine che il lettore potrà abbandonare solo dopo averne letto l'ultima riga, in un susseguirsi di discese e risalite alla ricerca di una verità continuamente sfuggente e del senso che possa renderla sopportabile.


sabato 20 febbraio 2016

La gelosia impossibile

Nella mia pratica quotidiana mi capita spesso di incontrare persone che soffrono per amore, per gelosia, per paura dell'abbandono. Ultimamente due storie di grande sofferenza (una figlia e una madre; una giovane donna e suo marito) hanno stimolato in me le riflessioni che seguono quando gli attaccamenti  affettivi generano pretese tiranniche e trappole emotive.





In due saggi molto profondi e pregnanti , Aldo Carotenuto indaga il sentimento dell'amore mettendo al centro della vita amorosa il “tradimento”. Il tradimento infatti è dal punto di vista psicologico considerato una esperienza fondamentale per lo sviluppo e l'evoluzione fin dai primi anni , o addirittura fin dal nostro primo apparire. E' nella perdita della dimensione fusionale dalla quale siamo gettati fuori con la nascita che ogni individuo sperimenta la privazione di qualcosa che avrebbe desiderato in eterno , e per questo riedificato e reimmaginato ogni qualvolta il legame con l'Altro sembra potere ricomporre questa originaria frattura. Ma è proprio in questi casi che l'illusione di potere ricreare la simbiosi espone ancor di più alla minaccia del tradimento, del fallimento, della delusione. Scrive Gibran ne Il Profeta

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro

Un amore che si rinchiude su sé stesso , annullando il rapporto con la propria individualità e con l'ambiente che lo circonda esaspera il rischio di idealizzare l'altro allontanandosi dalla realtà, perseguendo un rapporto narcisistico in funzione dei propri bisogni di stabilità, senza accogliere la dimensione della distanza e della separazione.
La gelosia allora diventa lo strumento per trattenere, spiare, controllare, evitare che l' amato/a possa rivolgere altrove il proprio sguardo, alimentando il sospetto dell'infedeltà fino a farne certezza, fino alla ossessione, fino al delirio. La gelosia ossessiva poggia sul timore della perdita e dell'abbandono, alimentando una sfiducia non solo nei confronti del compagno/a ma anche , e soprattutto, di sé stessi. Il terrore che questi possa scegliere o innamorarsi di qualcun altro è connesso alla propria insicurezza, ad una scarsa autostima, spesso alla sensazione di inadeguatezza. Il vero tradimento di cui si soffre nella condizione di gelosia è la rottura delle dimensione di assoluta fusione che ogni amante vorrebbe perpetuare per sempre escludendo il mondo circostante , proiettando su quest'ultimo fantasie di annientamento, minacce di esclusione, che finiscono per deteriorare il rapporto e talora conducono al tradimento vero e proprio.
La vita all'esterno, il lavoro, gli amici, i figli sono vissuti come amanti immaginari, che riducono il tempo che una coppia ha a disposizione, che interferiscono, deprivano, sottraggono, in una spirale di idee persecutorie , di aspettative deluse, di intollerabili fallimenti. Ma ciò che veramente accade è il lutto per la perdita di quella fantasia di onnipotenza e di assolutismo che la realtà tradisce quotidianamente e che riporta alla precarietà, all' imprevedibilià del vivere. Il geloso non tollera il pensiero, la memoria, l'immaginazione che l'amato abbia una vita al di fuori del proprio controllo. Come dice R.Barthes in Frammenti di un discorso amoroso “L’altro è dunque annullato dall’amore, assorbito nella magnificenza e nell'astrazione del sentimento amoroso”, ma in realtà viene svilito, svuotato della propria individualità, ridotto ad oggetto di un desiderio morboso e distruttivo.
Citando ancora A. CarotenutoQuando si proietta sull’altro, simbioticamente, il proprio mondo interno, ci si aspetta che egli si comporti esattamente come noi: l’altro non esiste in quanto persona autonoma, perché è totalmente investito dalla nostra volontà di farlo esistere nella forma di una nostra propaggine”.
Ciò non accade solo tra uomo e donna, ma anche tra genitori e figli, tra madri divoratrici e padri padroni, in tutti quei rapporti dove il possesso non è solo riferito ai comportamenti, ma anche alla mente e ai pensieri dell'altro, giustificando con l'amore la manipolazione , l'intrusione, l' invasione, perchè dell'altro non si tollera la sua alterità. E dall'altra parte, chi subisce questa ossessività perchè in posizione più fragile, finisce per assoggettarsi ai ricatti, agli interrogatori intrusivi,  alle mortificazioni,  rendendo la propria vita impossibile .
Ma impossibile è solo la gelosia fondata sul lutto inconsolabile della perdita della fiducia di base, della sicurezza interna interamente proiettata sull’Altro, senza il quale si crede di non potere più esistere, nè essere felice.



A. Carotenuto , Eros e Pathos  Ed Bonpiani
A. Carotenuto, Amare , Tradire Ed Bonpiani
Gibran, Il Profeta  Sul matrimonio
R.Barthes Frammenti di un discorso amoroso Ed. Einaudi




mercoledì 13 gennaio 2016

ATTACCAMENTO E SEPARAZIONE



Un bambino conoscerai
non ridere....
non ridere..... 

Lucio Battisti


C'è un puer aeternus nella nostra anima. Un bimbo che non accetta distacchi e separazioni. Un bimbo la cui dimensione è il SEMPRE.
Pensiamo un attimo al bambino che viene fuori dal ventre di sua madre: grida, piange, ha freddo. Deve respirare da solo. Ha fame.
Questa è l'immagine primaria della separazione. La Gestalt originaria di un evento che nella psiche si ripeterà cento, mille volte, in altre parole sempre o , quanto meno, tutte le volte in cui siamo costretti a separarci da ciò che ci dà piacere, sicurezza, protezione, calore, stabilità. In senso mitico, la caduta dall'Eden, la separazione dal tutto, dove tutto è contenuto e non esiste il vuoto, né la mancanza. Quel bimbo appena nato è costretto ad abituarsi alla pressione dei propri bisogni, delle proprie mancanze, ad abituarsi all'attesa, alla penìa, cominciando così il lungo percorso della crescita che altro non è che un continuo adattamento. Nella teoria evoluzionistica di Darwin chi non si adatta, chi non sostiene i cambiamenti perisce, muore. Perchè la vita è cambiamento, è necessità di abbandonare fasi superate, comportamenti inadeguati e sterili, trovare nuove soluzioni ai propri bisogni, rischiare, scommettersi. Ma tutto questo mette in moto in noi l'angoscia, la paura, la perdita di qualcosa o di qualcuno. Perchè se l'anima è l'archetipo della vita e della relazione, essa non fa che tessere legami, e i legami sono difficile a sciogliersi, anche quando sono malati.

In realtà c'è una cosa sola della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve passo sopra tutte le assicurazioni esistenti H.Hesse

Nella casa dell'anima non ci si separa mai da nulla, tutto continua a vivere tra le stanze della nostra memoria e nulla muore. Questa contraddizione tra la necessità di adattarsi alla realtà e l'attaccamento interiore rende il processo di evoluzione particolarmente complesso, difficile e doloroso. La memoria della simbiosi originaria , il bimbo che non vuole rinunciare alla protezione e alla dipendenza, ostacola il viaggio dell'eroe che pure è presente dentro ognuno di noi ( Neumann). L' eroe rappresenta la coscienza egoica che per evolversi deve continuamente attraversare le resistenze dell'inconscio, liberarsi dall'abbraccio fusionale della madre ( nei sogni spesso rappresentati come attraversamenti nell'acqua, o passaggi difficili, o passare da un ponte all'altro) e sfidare le imposizioni sociali per potere accedere alla propria individualità. Staccarsi dagli stati precedenti, così come dalle pressioni del collettivo significa la perdita della propria sicurezza e andare incontro al rischio di essere ciò che si è. L'eroe è colui che nasce due volte, liberandosi dalla castrazione materna e dalla inconscietà da un lato, dall'altro uccidendo il padre cioè i valori sociali e i principi che esso rappresenta, per diventare un individuo (in-dividuo) unico e irripetibile che, riprendendo Lacan, sta con la Legge, non la subisce, ma la fa propria. Significa accedere alla dimensione del desiderio che non è l'appagamento immediato di un bisogno, che è ancora un residuo infantile, ma la costruzione di un progetto nel quale la perdita ha il suo senso e il suo valore. Si perde sempre qualcosa per trovare qualcosa di nuovo. Nella realtà psichica questo processo non è né lineare né definibile una volta per tutte, ma implica un lavoro costante, una fatica che si ripete ogni qual volta è necessaria una separazione. Mi riferisco soprattutto al ritrovamento di una nuova coscienza , che è il vero scopo dell'analisi e della psicoterapia, che significa superare e trascendere la limitatezza dei bisogni e della soddisfazione dell'Io, per accedere ad una coscienza più ampia. Ancora una volta significa abbandonare lo stato idilliaco dell' Eden, i rapporti simbiotici, le convinzioni idealistiche e illusorie , scendere in basso, per trovare l'alto.

"Nessun albero può crescere fino al paradiso se le sue radici non scendono fino all'inferno”. Jung
Questa fatica di crescere, verso l'alto da un alto ( pensiamo, nella scala evolutiva al passaggio alla verticalità), radicandosi nel profondo dall'altro, è di fatto l'opera che ci permette di sottrarci alla mera ripetizione dell'istinto per entrare nel mondo dei significati e del simbolo, costringendoci a trascenderci e a superarci , ma il cui costo è l'angoscia di morte, la consapevolezza del limite.
Molto spesso dobbiamo separarci da noi stessi, dall'immagine fissa nella nostra mente che non riesce a percepire chi siamo veramente, o chi siamo diventati. La difficoltà ad accettare la vecchiaia, l'abbandono, il tradimento. E' come se nella nostra mente ci fosse sempre la convinzione che nulla possa mutare mentre tutto invece muta continuamente.
Ci attacchiamo perfino alle nostre malattie. Se -come la concezione psicosomatica insegna - la malattia è linguaggio dell'anima per mezzo del corpo, se in essa si esplicita un mal-essere che si tende ad ignorare, il sintomo non è altro che la ripetizione di un messaggio che la coscienza non intende raccogliere, rappresentando metaforicamente lo stato di ripetizione e di attaccamento ad una situazione interna che l'individuo non vuole affrontare. Come attraverso i sogni ricorrenti , l'anima ci avverte che qualcosa deve essere riconosciuto e modificato se vogliamo guarire non dal sintomo, ma dalle ferite profonde e dal dolore del vivere.  


Relazione presentata al secondo incontro del ciclo: Che luogo è l'Anima? di ContAnimare








sabato 12 dicembre 2015

INFINITA PRESENZA

Questo è la riflessione discussa da me per il ciclo di icontri "Che luogo è l'Anima?"










Come si chiama lo spazio bianco tra realtà e immaginazione? Esiste davvero? Credo che quello spazio sia l'anima delle cose.                                                                                                                                        

 H. Murakami




Nella introduzione a questi incontri, ho fatto una premessa che certamente non è stata sufficientemente chiara per evitare equivoci ( sull'anima) e malintesi. La prospettiva che ho scelto per parlare di anima come luogo, non solo è assolutamente psicologica ma, con ogni evidenza, simbolica e metaforica. Quando parlo di luogo non mi riferisco ad uno spazio fisico, ma a uno spazio simbolico, ad una metafora . E quando parlo di anima sto parlando di psiche, della psiche come sede di tutta la nostra vita affettiva, emotiva, immaginaria che costituisce la nostra esperienza dalla nascita alla morte. Quando parliamo di psiche ( o di anima) ci riferiamo a qualcosa che sta dentro di noi (l'anima individuale) anche se ognuno di noi è sempre parte di un contesto sociale, culturale, collettivo, ambientale (l'anima collettiva) cui, da un lato si appartiene (ci stiamo dentro) e che dall'altro ci abita ( sta dentro di noi). In questo senso psiche è la nostra dimora in quanto tutti i nostri accadimenti esterni sono contemporaneamente eventi psichici (interni) dei quali possiamo avere maggiore o minore coscienza, ma che si inscrivono in noi, guidando, condizionando, trascinando le nostre scelte. Dentro di noi infatti è presente un enorme carico di vicende emozionali che abbiamo non soltanto vissuto realmente, ma che ci sono state trasmesse, raccontate, tramandate e che hanno alimentato la nostra immaginazione e la nostra visione delle cose. Psiche insomma ( o anima) rappresenta il mondo interiore dell'uomo, un mondo complesso, contraddittorio, spesso caotico , dove le categorie che ordinano il nostro vivere quotidiano perdono il loro valore e non ci servono più come riferimenti certi. Mi riferisco qui a spazio e tempo: determinanti del nostro agire, del nostro pensare, ma che nella vita psichica assumono tutta un'altra valenza e un'altra dimensione. La dimensione della significanza. Cosa intendo? Quello che per noi ha un senso, un significato, esiste dentro di noi in modo assoluto anche se ci riporta al passato o a uno spazio mai vissuto, o ad esperienze solo immaginate. Pertanto nella nostra vita interiore coesistono presente e passato senza una distinzione precisa, così come lo spazio risulta essere una dimensione assolutamente diversa da quella reale e molto più complessa. Quando parlo di presenza mi riferisco alle esperienze riguardanti relazioni, eventi, situazioni che pur essendo avvenuti in altri momenti e in altri luoghi, continuano ad albergare dentro di noi, come se fossero sempre lì, presentificandosi nelle situazioni attuali, che siano relazioni affettive, situazioni sociali, investimenti di ogni genere che del passato mantengono la gestalt, la forma, ripetendosi senza posa almeno fino a quando non riusciamo a trasformarle.
Noi siamo continuamente portati a vagare tra passato e futuro, spinti dai ricordi del passato e sospinti verso qualcosa che non è ancora, mantenendo la ripetizione di un copione che ci intrappola e ci vincola. Direi che in qualche modo abitiamo in un non luogo, sospesi tra ciò che è stato e ciò che non è ancora, nel regno immaginale dei nostri pensieri, delle nostre ambizioni, del nostro desiderio, delle nostre paure.
In psicologia si parla spesso di qui e ora, l'hic et nunc dei latini. Espressione antica ma ripresa oggi da molte discipline, come la meditazione, lo yoga, le arti marziali, la psicologia. Qui ed ora significa riuscire ad essere presenti nel preciso momento dell'ora, lasciando andare il flusso dei pensieri che continuamente ci riportano là ed allora, Proprio in quel momento l'individuo può essere presente alla coscienza dell'attimo attuale della sua corporeità , del suo esserci.
L'esperienza del “qui-ed-ora” nasce nell’ambito della corrente fenomenologica, e in particolar modo nella psicologia della Gestalt che su questo concetto fonda la sua prassi terapeutica. La coscienza del presente aiuta ad ottenere il cambiamento e condurci finalmente fuori dalla coazione a ripetere verso la nostra autorealizzazione. In realtà è una esperienza molto difficile proprio perchè la nostra mente funziona nel continuo andirivieni di pensieri che si affollano, che si accavallano, si sovrappongono per cui fermare l'attimo è un esercizio molto complesso.
Nella prassi psicoanalitica l'esperienza di spazio e tempo è invece centrata sull'analisi del passato e sui sogni che come è noto sono considerati la via regia per entrare nell'inconscio. In entrambe queste dimensioni i principi , le caratteristiche, i connotati ordinari diventano straordinari. Il mondo onirico infatti, così come la memoria del resto, non obbedisce alle regole né dei nessi causali di un prima e di un dopo, né di un qua distinto da un là. Un modo per accostarsi a questa capacità dell'anima (psiche) è espressa in modo esemplare dallo scrittore H. Murakami. Scrittore surrealista, ha scavalcato nei suoi romanzi il confini del tempo-spazio per immergersi nella dimensione dell'eterno presente psichico, passando da un piano all'altro, tra realtà e immaginazione, senza scomporre i tratti della storia, ma al contrario portando il lettore nell'interiorità più profonda, nei recessi più remoti della vicenda e dei suoi protagonisti ( Dance, dance, dance). Un'operazione analoga a quella operata in pittura da Salvador Dalì: il primo che sia riuscito a trasferire sulla tela i contenuti inconsci della mente, le pulsioni, gli incubi, le paranoie e i deliri dell’uomo del Novecento, trasmutandoli in immagini.
Nella realtà psichica spazio e tempo non esistono.
Dovremmo infatti sapere che il tempo è un arbitrio dell’Io, un’escamotage dell’intelletto che ci consente di vivere la nostra piccola finestra di esistenza, ordinandola e strutturandola in un prima e in un dopo, necessari per collocarci e per collocare le nostre esperienze. Il tempo interiore invece è sempre un incontro di più tempi, è una temporalità fatta di stratificazioni, non sequenze di fatti , ma sovrapposizione di fatti soggettivi, rivissuti in un tempo unico, quello attuale. Possiamo dire che il remoto è nell'attuale. Possiamo pensarla come un temporalità transfenomenica che si costituisce attraverso la memoria e il racconto, e nel quale la presenza di un altrove è coesistente al tempo presente.
Pensiamo a come le nostre esperienze infantili rimangano fissate nella nostra psiche
riattualizzandosi continuamente nel tempo presente. Pensiamo a quanto i nostri traumi infantili possano continuare ad agire anche in età matura mascherati magari, ma in fondo inalterati. Continuiamo a proiettare nelle vicende attuali le ferite del passato, le relazioni primarie, le ambizioni fallite, continuamente in cerca di trovarvi una soluzione, una compensazione, insomma una risposta. Ma fino a che non riconosciamo da cosa originano rischiamo di ripetere inconsciamente senza fine (infinitamente) gli stessi comportamenti, o le stesse scelte, andando incontro a nuove frustrazioni, a nuovi fallimenti. Sto parlano delle ferite dell'anima , dei traumi psichici , che rimangono nella nostra psiche pronte a sanguinare ogni qualvolta qualcosa torna a sfiorarle negli accadimenti di oggi, come se il tempo non fosse mai trascorso e il dolore immutato. Si è vero che in terapia si lavora per l' elaborazione delle ferite, per il loro rimarginarsi e divenire cicatrici, evitando che possano ostacolare in modo pesante la vita di ogni giorno, ma quand'anche questo lavoro si compia nel migliore dei modi, nella nostra psiche rimangono sempre presenti, vive, pronte, dolenti. Penso alle perdite, ai lutti, ai fallimenti, tutte quelle situazioni che finiscono con una morte, letterale o simbolica che sia , ma che dentro di noi non muore mai. L'anima pertanto vive in un tempo eterno, e in tal senso è immortale.
C'è un'altro punto sul quale voglio riflettere a proposito dell' infinita presenza che dimora nella nostra anima. É la pluralità di aspetti, di componenti o, come nel Sostiene Pereira di Tabucchi una enorme quantità di Io che rendono la nostra psiche individuale un insieme infinito di presenze delle quali solo uno diventa L'Io egemone. L'uno , nessuno e centomila del nostro Pirandello, e il politeismo dell'anima di J.Hillman. Questa compresenza di ombre e luci , di aspetti noti e ignoti, di stanze sconosciute che nella nostra dimora interiore si aprono o si chiudono come avviene in molti sogni (ricordo qui alcuni sogni di un mio giovane paziente), regni sotterranei, cantine oscure, soffitte inesplorate: tutte immagini della complessità della nostra psiche di cui conosciamo solo gli aspetti nei quali pretendiamo di riconoscerci. A tal propositi Freud dice che l'Io non è padrone a casa sua. E Jung afferma che l'Io non è altro che un complesso della nostra totalità, una nota a margine del nostro Sè. Noi possiamo essere simultaneamente puer e senex, adulto e bambino, genitore e figlio, giudice e trasgressore, senza che questo diventi una contraddizione se sappiamo viverli pacificamente integrandoli nella nostra coscienza in modo armonico e consapevole. Solo la negazione o la repressione di alcuni aspetti di noi può divenire un pericolo per il nostro equilibrio.
L'ultimo punto è quello che riguarda la psiche collettiva o, se vogliamo, l'essere in anima: se da un lato ogni individuo contiene dentro di sé tutto ciò che riguarda la propria esperienza personale, è anche vero che negli strati più profondi della nostra anima si riflette l'esperienza collettiva, che pur riferendosi a tempi e luoghi mai direttamente conosciuti, opera in noi attraverso gli archetipi, gli universali, che rappresentano il mondo dell'Uomo e dell'Uno, e del suo sviluppo fin da sempre. Torno a questo proposito un momento a quello scrittore giapponese che ho già citato e al suo Sotto il segno della pecora ( una delle prime opere datata 1982). In questo romanzo direi esoterico si svolge una caccia alla pecora, una pecora particolare, che altro non è che l'uomo arcaico dentro di noi. Solo ritrovandolo dentro possiamo renderci conto di quanto stratificata sia la nostra psiche e come il nostro personale destino sia il riflesso e la riedizione del destino collettivo e delle vicende umane nelle quali in ogni tempo e in ogni luogo siamo fondamentalmente immersi. Lo stesso uomo arcaico è quello che tornerà in Dance Dance Dance nel sotterraneo buio e polveroso di un modernissimo albergo (opera già citata). Lo spazio quindi ( o il luogo) abitato dall'anima è un luogo antico, sconosciuto ma che facilmente si sovrappone al nostro essere qui, nel mondo che realmente ci circonda, perchè in quel mondo noi siamo contenuti e con cui si attiva un rapporto di sincronicità e di compresenza, che non ha niente a che fare con i principi della logica, in quanto appartiene ad un altra logica.

Concludo con un brano tratto da questo scrittore straordinario che come pochi ha saputo penetrare nel mondo dell'anima, nella realtà psichica:

In fondo alla coscienza di ognuno di noi c'è un nucleo che non possiamo percepire. Nel mio caso si tratta di una città, Una città dove scorre un fiume, circondata da un alto muro di mattoni. Io vivo lì, anche se quel posto non l'ho mai visto con i miei occhi. Quindi non so dirti altro” (H. Murakami La fine del mondo e il paese delle meraviglie) 


Opere citate

J. Hillman Anima  Anatomia di una nozione personificata  
H.Murakami Dance Dance Dance
H. Murakami Nel segno della pecora
H.Murakami  La fine del mondo e il paese delle meraviglie
S.Dalì  La persistenza della memoria